gen 27 2008
Oscar e Giorno della Memoria
Gabriele è un bambino di quattro anni, figlio di un’ebrea austriaca, ricoverata alla «Casa di S. Giuseppe» di Varese. Il gaulaiter (comandante) Lang vuole che sia mandato in Germania, a far la fine di tanti altri ebrei.
«Perché non è partito?» chiede al suo segretario. Questi risponde: «Partirà con la prossima spedizione.» Da quel momento si mette in moto l’azione dell’O.S.C.A.R. per liberarlo. Si studia un piano, ma bisogna fare presto. Con il pretesto di un intervento operatorio, verrà trasferito all’Ospedale di Varese, dove il direttore è un amico. A quel punto si tenterà di rapirlo.
Si tratta ora, di attuare il piano, preparando con la massima precisione le condizioni, affinché tutto riesca senza spiacevoli inconvenienti.
Avvolto nel suo mantello da prete, con grossi occhiali neri per rendere difficile un eventuale riconoscimento, don Aurelio va all’ospedale e studia tutti i particolari dell’itinerario, compresa anche la possibilità di una fuga in caso di allarme. Lo aiuta in questo suor Giulia, capo reparto chirurgia, dove Gabriele nel frattempo è arrivato. Due giorni dopo, il colpo.
È sera, Baden, Francesco, Kelly e Napoleone si avvicinano in automobile all’ospedale e si fermano al cancello di servizio, lasciato, come d’accordo, appena accostato.
Baden e Francesco restano in macchina. Kelly e Napoleone, in camice bianco, salgono la scala, entrano in corsia e si avvicinano al letto del Bambino. Il piantone è stato allontanato da suor Giulia con un pretesto.
«Non parlare, ti portiamo dalla mamma».
Napoleone lo prende tra le braccia, mentre Kelly cerca di strappare il telefono e di staccare l’allarme; ma arriva improvvisamente un’infermiera che, terrorizzata lancia un urlo.
«Zitta o sparo» la spaventa ancor di più Kelly. Poi, con Gabriele, di corsa giù per la scala e fino al cancello, dove Baden e Francesco attendono, col motore acceso.
«Tutto fatto». E la macchina parte velocemente e Baden riprende la sua corona e continua il Rosario, ora in ringraziamento.
Giusto a tempo. Dopo il primo momento di sbalordimento e di paura; scatta l’allarme, si accendono tutte le luci, si corre per capire che cosa è accaduto.
«Hanno rapito Gabriele!» «Come, chi è stato?»
«Sarà stata un’organizzazione di ebrei. L’altro ieri si è visto girare per l’ospedale uno travestito da prete, con occhialoni scuri. Deve essere stato uno di loro».
«Quanti erano?»
«Tanti… ».
Arrivano i militi e la polizia a sirene spiegate: interrogazioni, indagini, ordini secchi.
Ma ormai Gabriele è al sicuro, provvisoriamente, nascosto in una casa nei dintorni di Varese. E non andrà in Germania.
A circa un mese di distanza dalla serata degli Academy Awards ci ritroviamo a celebrare una giornata di tutt’altro tipo, la Giornata della Memoria. E allora proviamo a ricordare.
Ricordiamo cosa è successo più di sessant’anni fa in Italia con il fascismo e nel mondo, il secondo conflitto mondiale ed il dramma della Shoah. Ricordiamo anche che Oscar non è solo il nome della statuetta dorata che verrà assegnata a breve, ma anche quello di un’organizzazione clandestina formata da ragazzi scout, le Aquile Randagie.
Durante il periodo fascista, in Italia vennero abolite tutte le organizzazioni giovanili (e quindi anche le organizzazioni scout) a favore dell’O.N.B. (Opera Nazionale Balilla). Nonostante le leggi fascistissime, alcuni ragazzi continuarono a trovarsi in clandestinità con lo scopo di mantenere accesa la fiamma della speranza. Ebbe così inizio una parabola temporale durata 16 anni 11 mesi e 5 giorni chiamata “giungla silente”. Il 12 settembre 1943 grazie a monsignor Andrea “Baden” Ghetti, uno dei fondatori delle Aquile Randagie, nacque l’O.S.C.A.R.. Un movimento segreto nato con lo scopo di aiutare ebrei, renitenti alla leva e ricercati politici ad oltrepassare il confine italiano in modo da stabilirsi al sicuro in Svizzera. Grazie al supporto dell O.S.C.A.R., più di duemila persone evitarono il campo di concentramento.
Chiariamo subito una cosa, con questo non voglio assolutamente tessere le lodi di nessuno, seppur con grande rischio per loro stessi, quei ragazzi hanno semplicemente compiuto il loro dovere di persone che hanno trovato il coraggio di “dire di no” al fascismo assumendosene tutte le conseguenze del caso. Ma permettetemi di dire che non posso fare a meno di sorridere (un sorriso amaro beninteso) quando sento l’ennesima citazione di George Bernard Shaw oppure l’ennesima presa in giro sullo scout che aiuta la vecchina ad attraversare la strada. Sorrido, ma è più una smorfia perché subito dopo mi incazzo da morire quando penso a tutti i giovani appena ventenni morti ammazzati perché credevano in quello che stavano facendo, seppur estremamente pericoloso. Quanti di noi sarebbero stati capaci di fare altrettanto?
Il brano riportato sopra è una delle tante storie raccolte da Baden in un libro, “L’inverno e il rosaio“, ormai introvabile in formato cartaceo ma fortunatamente ancora disponibile in formato elettronico e scaricabile gratuitamente proprio dal sito di mons. Ghetti. Un invito a ricordare le persone che hanno lavorato nell’ombra, in silenzio e senza trionfalismi, che hanno combattuto senza sparare una pallottola in un mondo che aveva perso il senno. Affinché certe cose non accadano più.

Da sinistra in alto: Gianni Gambari (Rurik), Vittorio Ghetti (Cicca – Volpe azzurra), Guido Uccellini (Kelly), Andrea Ghetti (Baden – Falco randagio), Virgilio Binelli (Aquila rossa, Pirox), Gigi Mastropietro, Marco Scandellari (Nasa), Enrico Confalonieri (Coen – Lupo Solitario), Raimondo Bertoletti (Castoro – Avonio – Tulin de l’oli), Pietro Cedrati (Garden), Bazzini, Marco Gambari, Arrigo Luppi (Morgan), Franco Corbella (Hati), Emilio Luppi (Buck – Scoiattolo), Pino Glisenti, Emilio Landrini.
Grazie ragazzi.



28 gennaio 2008, ore 19:16
Grazie per il tuo commento…
Ebbene si quello che tu hai scritto ieri è vero: non ci sono parole per descrivere quell’orrore… Nemmeno i telegiornali lo fanno! Non per pudore (o anche!) ma sempre e solo per mostrare al mondo le solite cavolate (partite, reality, canzoni idiote e POLITICA!)… Quando invece ieri avrebbero dovuto sbattere in faccia alla gente (su ogni canale) che quegli orrori in alcune parti del globo esistono tutt’ora! Non è bello che questo venga dimenticato: deve rimanere impresso allo stesso modo di un tatuaggio o di una cicatrice! DEVONO ESSERE INDELEBILI, INDIMENTICABILI! Non mi ricordo chi fu a dirlo, ma qualcuno disse: “I giorni migliori bisogna viverli, quelli peggiori ricordarli”.. E’ così che bisognerebbe fare: vivere i giorni più belli e ricordare i più brutti… Forse così il mondo sarebbe migliore…
GRAZIE!
30 gennaio 2008, ore 13:56
Chi di noi lo farebbe? stanti così le cose forse nessuno che conosco, me compreso, abbandonare il proprio status in favore di ideali a costo di rischi reali per la propria vita è una scelta dura. Tuttavia, in un contesto diverso, cioè quello del fascismo, dove la libertà personale era ridotta ai minimi termini, e tutto quello che poteva essere “personale” subiva una spersonalizzazione (tutti uguali, tutti a fare le stesse cose negli stessi giorni etc.), beh in una situazione così forse si solleverebbero più anime, perchè si avrebbe poco da perdere (e la vita non è poco ma è fine al proprio benessere, senza il quale la prima perde di senso) e riempire il vuoto cercando di lottare contro il sistema, non sullo stesso piano, perchè nessuno è Chuck Norris
ma aiutando gli altri, e nello stesso tempo aiutando se stessi a sentirsi meglio, parte di qualcosa che non accetta di cedere. Purtroppo non viviamo in un bel periodo a mio avviso e l’aria che gira è pericolosa ed esplosiva, ancora sopiti sono gli animi, ma se viene meno il benessere economico/fisico delle persone…non mi stupirei se accadesse qualcosa.