mar 10 2009
Free Tibet
Se pensi di essere troppo piccolo per combattere prova a passare una notte insieme a una zanzara.
(Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)
mar 10 2009
Se pensi di essere troppo piccolo per combattere prova a passare una notte insieme a una zanzara.
(Tenzin Gyatso, XIV Dalai Lama)
feb 17 2009

Le regole – San Valentino
- Emozionante alle elementari, carino alle medie e patetico al liceo: San Valentino invecchia male.
- Se ti ostini a festeggiarlo da adulto, comportati da adulto e regala solo diamanti.
- Un bacio vero costa meno di uno di cioccolato e non fa ingrassare.
- Il peluche è il male.
- C’è solo una cosa più triste di San Valentino: chi si accanisce contro San Valentino
(tratto da “Internazionale” n.782, 13 febbraio 2009)
gen 13 2009

Eccomi qua! È trascorso ormai un anno dalla pubblicazione dell’ultimo articolo su questo blog, ma lo dico senza rimpianto. Al di là delle solite scuse evidentemente non avevo nulla da scrivere, altrimenti un po’ di tempo l’avrei trovato.
Torno dopo un anno denso di avvenimenti che di fatto segnano uno spartiacque nella mia vita, o ne sono l’antefatto, ma non fa molta differenza ed in ogni caso non scrivo per parlare di questo. Torno all’inizio di questo 2009, con alcuni propositi per l’anno a venire (limitati all’ambito telematico s’intende). Qualche piccolo obiettivo che sia in grado di ridare una rotta ed un po’ di vento sulle vele di questo blog per troppo tempo lasciato alla fonda nel mare del web. Ma bando alle ciance, vengo al dunque.
L’idea di scrivere con la massima libertà e senza nessuna forzatura permane (se ho voglia scrivo, altrimenti no) così come l’assenza di argomenti prestabiliti. Vorrei però che questo blog diventasse una sorta di eco, un’occasione in più per conoscere cose nuove e perlopiù sconosciute o ignorate nelle quali mi sono imbattuto (spesso per caso).
La rete è uno strumento troppo potente e troppo pieno di potenzialità per non utilizzarlo per qualcosa di utile.
Io ci provo, del resto, per me non c’è che tentare!
feb 09 2008

I took a drive today
Time to emancipate
I guess it was the beatings… made me wise
But I’m not about to give thanks, or apologize
I couldn’t breathe, holdin’ me down
Hand on my face, pushed to the ground
Enmity gauged, united by fear
Forced to endure what I could not forgive…I seem to look away
Wounds in the mirror waved
It wasn’t my surface… most defiled
Head at your feet, fool to your crown
Fist on my plate, swallowed it down
Enmity gauged, united by fear
Tried to endure what I could not forgiveSaw things
Saw things
Saw things
Saw things
Clearer
Clearer
Once you, were in my…
Rearviewmirror…I gather speed from you fucking with me
Once and for all I’m far away
I hardly believe, finally the shades…are raised…Saw things so much clearer
(Once you, once you)
Rearviewmirror…
Sono malato cronico di grunge.
Ogni anno succede che in un momento assolutamente non prevedibile (ma con precisione chirurgica) sento un irrefrenabile bisogno di tirare fuori tutti i CD di Pearl Jam, Nirvana, Soundgarden e di tutti i gruppi che in un modo o nell’altro hanno contribuito al grunge di Seattle e me li sparo uno dietro l’altro fino a consumarmi le orecchie. Quelli che però hanno scritto la maggior parte della colonna sonora della mia vita rimangono i Pearl Jam. E di solito succedono due cose.
La prima è che ogni volta che ascolto le loro canzoni (anche se ormai le conosco a memoria) riesco sempre a trovarci qualcosa di nuovo. La seconda particolarità di questi miei “attacchi” è che avvengono sempre in momenti particolari della mia vita. Più che particolari direi cinematografici, ovvero quei momenti in cui ti senti veramente in un film e, cazzo, la colonna sonora non può essere che quella.
E così oggi, di nuovo in preda alle convulsioni causate da questa strana malattia, ho tirato fuori la bici e con Rearviewmirror a tuono nelle orecchie mi sono fiondato per le vie del centro senza una meta ben precisa. In questi casi avere una meta non solo è inutile, ma anche dannoso: impedisce al copione di scriversi da solo.
Già… RVM… che strano effetto ascoltarla proprio oggi, data di nascita di una persona che ho amato almeno quanto mi ha ferito. E l’ho amata tanto. Ma oggi non ho ne tempo ne voglia per rancori o menate sentimentali. Oggi, seppur in mezzo a mille problemi e cose a cui pensare, riesco a sentire l’aria della bella stagione che si fa strada nei residui invernali ed un raggio di sole, rimbalzando su mille specchietti retrovisori, anche se di striscio, riesce a colpirmi.
Ed i vecchi amici di Seattle suonano di nuovo anche per me.
gen 27 2008
Gabriele è un bambino di quattro anni, figlio di un’ebrea austriaca, ricoverata alla «Casa di S. Giuseppe» di Varese. Il gaulaiter (comandante) Lang vuole che sia mandato in Germania, a far la fine di tanti altri ebrei.
«Perché non è partito?» chiede al suo segretario. Questi risponde: «Partirà con la prossima spedizione.» Da quel momento si mette in moto l’azione dell’O.S.C.A.R. per liberarlo. Si studia un piano, ma bisogna fare presto. Con il pretesto di un intervento operatorio, verrà trasferito all’Ospedale di Varese, dove il direttore è un amico. A quel punto si tenterà di rapirlo.
Si tratta ora, di attuare il piano, preparando con la massima precisione le condizioni, affinché tutto riesca senza spiacevoli inconvenienti.
Avvolto nel suo mantello da prete, con grossi occhiali neri per rendere difficile un eventuale riconoscimento, don Aurelio va all’ospedale e studia tutti i particolari dell’itinerario, compresa anche la possibilità di una fuga in caso di allarme. Lo aiuta in questo suor Giulia, capo reparto chirurgia, dove Gabriele nel frattempo è arrivato. Due giorni dopo, il colpo.
È sera, Baden, Francesco, Kelly e Napoleone si avvicinano in automobile all’ospedale e si fermano al cancello di servizio, lasciato, come d’accordo, appena accostato.
Baden e Francesco restano in macchina. Kelly e Napoleone, in camice bianco, salgono la scala, entrano in corsia e si avvicinano al letto del Bambino. Il piantone è stato allontanato da suor Giulia con un pretesto.
«Non parlare, ti portiamo dalla mamma».
Napoleone lo prende tra le braccia, mentre Kelly cerca di strappare il telefono e di staccare l’allarme; ma arriva improvvisamente un’infermiera che, terrorizzata lancia un urlo.
«Zitta o sparo» la spaventa ancor di più Kelly. Poi, con Gabriele, di corsa giù per la scala e fino al cancello, dove Baden e Francesco attendono, col motore acceso.
«Tutto fatto». E la macchina parte velocemente e Baden riprende la sua corona e continua il Rosario, ora in ringraziamento.
Giusto a tempo. Dopo il primo momento di sbalordimento e di paura; scatta l’allarme, si accendono tutte le luci, si corre per capire che cosa è accaduto.
«Hanno rapito Gabriele!» «Come, chi è stato?»
«Sarà stata un’organizzazione di ebrei. L’altro ieri si è visto girare per l’ospedale uno travestito da prete, con occhialoni scuri. Deve essere stato uno di loro».
«Quanti erano?»
«Tanti… ».
Arrivano i militi e la polizia a sirene spiegate: interrogazioni, indagini, ordini secchi.
Ma ormai Gabriele è al sicuro, provvisoriamente, nascosto in una casa nei dintorni di Varese. E non andrà in Germania.
A circa un mese di distanza dalla serata degli Academy Awards ci ritroviamo a celebrare una giornata di tutt’altro tipo, la Giornata della Memoria. E allora proviamo a ricordare.
Ricordiamo cosa è successo più di sessant’anni fa in Italia con il fascismo e nel mondo, il secondo conflitto mondiale ed il dramma della Shoah. Ricordiamo anche che Oscar non è solo il nome della statuetta dorata che verrà assegnata a breve, ma anche quello di un’organizzazione clandestina formata da ragazzi scout, le Aquile Randagie.
Durante il periodo fascista, in Italia vennero abolite tutte le organizzazioni giovanili (e quindi anche le organizzazioni scout) a favore dell’O.N.B. (Opera Nazionale Balilla). Nonostante le leggi fascistissime, alcuni ragazzi continuarono a trovarsi in clandestinità con lo scopo di mantenere accesa la fiamma della speranza. Ebbe così inizio una parabola temporale durata 16 anni 11 mesi e 5 giorni chiamata “giungla silente”. Il 12 settembre 1943 grazie a monsignor Andrea “Baden” Ghetti, uno dei fondatori delle Aquile Randagie, nacque l’O.S.C.A.R.. Un movimento segreto nato con lo scopo di aiutare ebrei, renitenti alla leva e ricercati politici ad oltrepassare il confine italiano in modo da stabilirsi al sicuro in Svizzera. Grazie al supporto dell O.S.C.A.R., più di duemila persone evitarono il campo di concentramento.
Chiariamo subito una cosa, con questo non voglio assolutamente tessere le lodi di nessuno, seppur con grande rischio per loro stessi, quei ragazzi hanno semplicemente compiuto il loro dovere di persone che hanno trovato il coraggio di “dire di no” al fascismo assumendosene tutte le conseguenze del caso. Ma permettetemi di dire che non posso fare a meno di sorridere (un sorriso amaro beninteso) quando sento l’ennesima citazione di George Bernard Shaw oppure l’ennesima presa in giro sullo scout che aiuta la vecchina ad attraversare la strada. Sorrido, ma è più una smorfia perché subito dopo mi incazzo da morire quando penso a tutti i giovani appena ventenni morti ammazzati perché credevano in quello che stavano facendo, seppur estremamente pericoloso. Quanti di noi sarebbero stati capaci di fare altrettanto?
Il brano riportato sopra è una delle tante storie raccolte da Baden in un libro, “L’inverno e il rosaio“, ormai introvabile in formato cartaceo ma fortunatamente ancora disponibile in formato elettronico e scaricabile gratuitamente proprio dal sito di mons. Ghetti. Un invito a ricordare le persone che hanno lavorato nell’ombra, in silenzio e senza trionfalismi, che hanno combattuto senza sparare una pallottola in un mondo che aveva perso il senno. Affinché certe cose non accadano più.

Da sinistra in alto: Gianni Gambari (Rurik), Vittorio Ghetti (Cicca – Volpe azzurra), Guido Uccellini (Kelly), Andrea Ghetti (Baden – Falco randagio), Virgilio Binelli (Aquila rossa, Pirox), Gigi Mastropietro, Marco Scandellari (Nasa), Enrico Confalonieri (Coen – Lupo Solitario), Raimondo Bertoletti (Castoro – Avonio – Tulin de l’oli), Pietro Cedrati (Garden), Bazzini, Marco Gambari, Arrigo Luppi (Morgan), Franco Corbella (Hati), Emilio Luppi (Buck – Scoiattolo), Pino Glisenti, Emilio Landrini.
Grazie ragazzi.
gen 19 2008

Azz, e chi l’avrebbe mai detto… devo fare attenzione, non si sa mai… il prossimo posso essere io!
gen 16 2008

Ci sono cose che uno rimanda da un giorno all’altro fino a quando diventano settimane, mesi o anche anni. Le motivazioni che portano al continuo procrastinare una certa azione possono essere le più disparate. Per quanto riguarda queste due righe che sto scrivendo, ad esempio, l’intenzione era quella di pubblicarle più o meno una settimana fa, ma dovevo pensarci ancora un po’ su, parlare con qualcuno, leggere due o tre articoli, insomma far decantare un po’ le idee dentro di me. Poi ad un certo punto, come per il quadro che improvvisamente decide di staccarsi dal chiodo (tanto per usare la metafora tanto cara ad Alessandro Baricco), non c’è più motivo di rimandare. E così eccomi a scrivere.Questa volta ho deciso di scrivere di un ragazzo americano che a ventidue anni si accorge che anche il suo quadro è cascato e che non c’è più motivo di rimandare. Ma procediamo con ordine.
Il ragazzo in questione è Christopher McCandless, nato nel ′68 in una famiglia benestante della Virginia, laureato nel ′90 in sociologia e antropologia alla Emory University, insomma aveva tutti i presupposti per continuare la sua vita da bravo ragazzo, formare una famiglia, la casetta con lo steccato bianco, i barbecue alla domenica e qualsiasi altro stereotipo americano dovesse venirvi in mente. E invece no, durante gli ultimi anni di università e forse anche prima, per Chris si fa sempre più acuto e consistente il rifiuto per il materialismo americano. Le vite delle persone si riempiono di “cose” senza lasciare spazio per tutto il resto, e lui non ci sta, devolve ciò che aveva in banca alla Oxfam, un’organizzazione umanitaria, si sbarazza dei documenti (diventando semplicemente Alex) e parte. Per dove? Verso la natura selvaggia dell’Alaska.
Ora, non so se avete presente quanti stati separano la Virginia dall’Alaska, vi basti sapere che la Virginia è sull’Atlantico, mentre l’Alaska sul Pacifico. Se poi aggiungete il fatto che, a parte una prima parte percorsa con una vecchia Datsun B210, tutto il resto l’ha fatto in autostop e camminando… non aggiungo altro. Non è mia intenzione scrivere la biografia di Chris, basta cercare un po’ in rete e di materiale ne troverete anche troppo, per cui sorvolo su tutto quello che ha fatto durante questo viaggio, le persone che ha incontrato, dove ha lavorato e così via, per questo motivo salto all’epilogo della sua avventura, purtroppo tragico.
Dopo circa tre mesi di permanenza vicino al Denali National Park in Alaska, vivendo di quel poco che riusciva a cacciare e a raccogliere da piante e arbusti, viene ritrovato morto nel suo sacco a pelo da alcuni cacciatori dentro il vecchio bus 142, un pullman di linea abbandonato usato proprio dai cacciatori di alci come rifugio. La causa ufficiale della morte è starvation ovvero “fame”.
Di solito a questo punto della storia, possono succedere diverse cose in chi la sta ascoltando per la prima volta. Delusione, rabbia, sconforto, ma anche cinismo, ironia facile e tante tante domande. Indifferenza quasi mai. Su di lui è stato detto veramente di tutto, visionario, asceta, sognatore, sprovveduto, idealista, rivoluzionario, idiota, pazzo, suicida e così via. Io non mi sento di etichettarlo in nessun modo, né di giudicare le sue scelte, per quanto se ne possa discutere a lungo. Sono però convinto che qualcosa ha lasciato. Forse perché al di là della sua scelta estrema mi sento molto vicino a lui per alcuni aspetti del suo carattere: l’essere sempre in viaggio (fuori e dentro di se), non sentirsi mai arrivato, continuare a misurarsi con prove sempre più impegnative, la ricerca delle cose che contano davvero al di là delle “cose” materiali, l’amore per la natura…

Credo che in Chris tutte questi aspetti, che di per se sono tutt’altro che nocivi, sono stati miscelati in dosi troppo concentrate ed è stato forse questo a mettere in moto gli eventi che l’hanno condotto infine nel bus 142 lasciando questo mondo a soli 24 anni. Sono convinto però che una persona con una miscela anche infinitamente più blanda, o che addirittura presenti soltanto uno solo di questi ingredienti nel proprio bagaglio interiore, non può rimanere indifferente davanti alla storia di Chris.
Tra pochi giorni nelle sale cinematografiche uscirà il film “Into the Wild” tratto a sua volta dal libro omonimo scritto da Jon Krakauer, scrittore e alpinista che utilizzando il diario di Chris e le testimonianze di chi ha incrociato la sua strada ha voluto rendere testimonianza della sua vita nelle terre estreme. Purtroppo il libro prima edito da TEA è praticamente introvabile, ma la casa editrice Corbaccio ha appena distribuito una ristampa intitolata “Nelle terre estreme” come il precedente. Il film invece è diretto da Sean Penn con Emile Hirsch nella parte di Chris e colonna sonora di Eddie Vedder (sì, Vedder dei Pearl Jam), un altro buon motivo per andare a vedere il film.
Per chiunque abbia intenzione di approfondire un po’ la storia di Chris consiglio vivamente (oltre alle pagine di Wikipedia) un bellissimo articolo di Krakauer intitolato “Death of an Innocent – How Christopher McCandless lost his way in the wilds”.
Basta, ho già parlato troppo. Chiudo con un pensiero di Chris ed il mio augurio di Buona Strada a tutti voi che in un angolino remoto del vostro spirito riuscite ancora a sentire il richiamo di qualcosa che ogni tanto vi spinge a fare lo zaino e partire senza garanzie per un viaggio fuori e dentro voi stessi. Per rimettersi sempre in gioco.
So many people live within unhappy circumstances and yet will not take the initiative to change their situation because they are conditioned to a life of security, conformity, and conservatism, all of which may appear to give one peace of mind, but in reality nothing is more dangerous to the adventurous spirit within a man than a secure future. The very basic core of a man’s living spirit is his passion for adventure. The joy of life comes from our encounters with new experiences, and hence there is no greather joy than to have an endlessly changing horizon, for each day to have a new and different sun. — C.M.C.
dic 31 2007

È successo così: stavo guardando i contenuti speciali del terzo episodio de “I Pirati dei Caraibi”, quando scopro che il vistoso tatuaggio sulla schiena di Jack Sparrow altro non è che una poesia chiamata “Desiderata”. In meno di una frazione infinitesima di secondo digito il titolo e vado alla ricerca di qualsiasi informazione sulla suddetta poesia ed ovviamente del testo, se possibile. Riesco a trovare tutto quello che stavo cercando, informazioni storiche e testo originale inglese più una serie di più o meno accurate traduzioni in lingua italiana.
Più che una poesia sembra una specie di codice, linee guida per vivere in pace. Do un’occhiata alle informazioni storiche e scopro che si tratterebbe di uno scritto di autore ignoto ritrovato nella chiesa di S.Paul a Baltimora e risalente al 1692. Fantastico, devo dirlo subito a qualcuno. La scelta ricade sulla mia amica di Bologna con la quale, in quel momento, stavo chiacchierando già da un’oretta buona. «Ah, sì, la conosco! Procedi con calma tra il frastuono e la fretta… quella lì giusto?»
Non so se avete presente quando da piccoli si scopre un gioco fantastico, tipo un camioncino dei pompieri o una bambola nuova e più o meno allo stesso istante un vostro amico vi dice «Ma come, giochi ancora con quello? Ma non lo sai che al giorno d’oggi si gioca solamente con camioncini radiocomandati con la sirena lampeggiante?», va beh… era solo per rendere l’idea! (E comunque subito dopo ho scoperto che ha barato perché a Bologna è la massima esperta di poesia!
)
Poco dopo scopro anche che non si tratta di uno scritto del 1692 ma degli anni ′20 (nel 1692 è stata costruita la chiesa del ritrovamento). Altra delusione… Jack Sparrow non avrebbe mai potuto tatuarsela addosso!
Scherzi a parte, credo sia stata una bellissima scoperta, perché al di là di tutto contiene una buona dose di “parole buone”, e Dio solo sa di quante ne ha bisogno il mondo di oggi (e le persone che ci vivono).
Quella che segue è per voi, una delle tante traduzioni italiane, con i miei auguri che queste parole vi siano utili durante l’anno che sta per iniziare e chissà, anche per tutti quelli a venire!
Procedi con calma tra il frastuono e la fretta e ricorda quale pace possa esservi nel silenzio.
Per quanto puoi, senza cedimenti, mantieniti in buoni rapporti con tutti.
Esponi la tua opinione con tranquilla chiarezza e ascolta gli altri: pur se noiosi e incolti, hanno anch’essi una loro storia.
Evita le persone volgari e prepotenti: costituiscono un tormento per lo spirito.
Se insisti nel confrontarti con gli altri rischi di diventare borioso e amaro, perché sempre esisteranno individui migliori e peggiori di te.
Godi dei tuoi successi e anche dei tuoi progetti.
Mantieni interesse per la tua professione, per quanto umile: essa costituisce un vero patrimonio nella mutevole fortuna del tempo.
Usa prudenza nei tuoi affari, perché il mondo è pieno d’inganno.
Ma questo non ti renda cieco a quanto vi è di virtù: molti sono coloro che perseguono alti ideali e dovunque la vita è colma di eroismo.
Sii te stesso.
Soprattutto non fingere negli affetti.
Non ostentare cinismo verso l’amore, perché, pur di fronte a qualsiasi delusione e aridità, esso resta perenne come il sempreverde.
Accetta docile la saggezza dell’età, lasciando con serenità le cose della giovinezza.
Coltiva la forza la forza d’animo, per difenderti nelle calamità improvvise.
Ma non tormentarti con delle fantasie: molte paure nascono da stanchezza e solitudine.
Al di là di una sana disciplina, sii tollerante con te stesso.
Tu sei figlio dell’universo non meno degli alberi e delle stelle, ed hai pieno diritto d’esistere.
E, convinto o non convinto che tu ne sia, non v’è dubbio che l’universo si stia evolvendo a dovere.
Perciò sta’ in pace con Dio, qualunque sia il concetto che hai di Lui. E quali che siano i tuoi affanni e aspirazioni, nella chiassosa confusione
dell’esistenza, mantieniti in pace col tuo spirito.
Nonostante i tuoi inganni, travagli e sogni infranti, questo è pur sempre un mondo meraviglioso.
Sii prudente.
Cerca di essere felice.
Ah, dimenticavo… l’autore non è ignoto, si tratta di Max Ehrmann.
dic 25 2007
Come direbbe la Morte di Discworld nei panni di Hogfather…
ER…HO. HO. HO.

battute a parte vorrei augurare a tutti senza distinzione davvero un sereno Natale, che porti un anno migliore sotto tutti i punti di vista. Quest’anno, per diversi motivi, credo di aver vissuto molto più a fondo lo spirito natalizio. Uno spirito che, secondo me, va infinitamente oltre lo scambio dei regali tra sorrisi di cartapesta e bacetti a dieci centimetri dalla guancia.
Lo so, il rischio che possano sembrare luoghi comuni e parole vuote è estremamente alto, ma me ne frego, non sono il tipo da frasette da cioccolatino. Possiamo essere incazzati con il mondo quanto ci pare (e mi ci metto tra i primi nella lista degli incazzati per svariati motivi), ma almeno a Natale si deve ripartire.
Ed è proprio alla mia famiglia, ai miei amici (soprattutto a quelli che fanno sentire la propria presenza anche da centinaia se non da migliaia di chilometri di distanza) e a tutte le persone che mi stanno aiutando in questo momento che va il mio più sincero ringraziamento. Grazie a tutti voi Amici miei…
…e buon Natale!
dic 17 2007
Ed eccoci al primo articolo di questo blog, che come ogni “primo articolo” che si rispetti non parlerà assolutamente di niente, se non del fatto che si tratta appunto del primo articolo e che non parlerà di niente (e via discorrendo, ricorsivamente).
Secondo me quando si decide di creare un proprio blog (ma forse vale anche per tante altre cose nella vita), non bisogna farsi troppe domande, altrimenti il rischio è quello di incastrarsi nei “se” e nei “ma” e si finisce per non fare niente e rimandare alla prossima volta. Questo blog nasce un po’ con questo spirito, nessun argomento prestabilito, poche domande e massima spontaneità, se ho voglia scrivo, altrimenti no. Semplice vero?
D’altra parte il titolo che ho scelto per questo blog trovo che riassuma molto bene questo pensiero, si tratta di un frammento di una poesia di T.S. Eliot:
[...] e adesso le circostanze
Non sembrano favorevoli.
Ma forse non c’è da guadagnare né da perdere
Per noi non c’è che tentare.
Il resto non ci riguarda.