
Ci sono cose che uno rimanda da un giorno all’altro fino a quando diventano settimane, mesi o anche anni. Le motivazioni che portano al continuo procrastinare una certa azione possono essere le più disparate. Per quanto riguarda queste due righe che sto scrivendo, ad esempio, l’intenzione era quella di pubblicarle più o meno una settimana fa, ma dovevo pensarci ancora un po’ su, parlare con qualcuno, leggere due o tre articoli, insomma far decantare un po’ le idee dentro di me. Poi ad un certo punto, come per il quadro che improvvisamente decide di staccarsi dal chiodo (tanto per usare la metafora tanto cara ad Alessandro Baricco), non c’è più motivo di rimandare. E così eccomi a scrivere.Questa volta ho deciso di scrivere di un ragazzo americano che a ventidue anni si accorge che anche il suo quadro è cascato e che non c’è più motivo di rimandare. Ma procediamo con ordine.
Il ragazzo in questione è Christopher McCandless, nato nel ′68 in una famiglia benestante della Virginia, laureato nel ′90 in sociologia e antropologia alla Emory University, insomma aveva tutti i presupposti per continuare la sua vita da bravo ragazzo, formare una famiglia, la casetta con lo steccato bianco, i barbecue alla domenica e qualsiasi altro stereotipo americano dovesse venirvi in mente. E invece no, durante gli ultimi anni di università e forse anche prima, per Chris si fa sempre più acuto e consistente il rifiuto per il materialismo americano. Le vite delle persone si riempiono di “cose” senza lasciare spazio per tutto il resto, e lui non ci sta, devolve ciò che aveva in banca alla Oxfam, un’organizzazione umanitaria, si sbarazza dei documenti (diventando semplicemente Alex) e parte. Per dove? Verso la natura selvaggia dell’Alaska.
Ora, non so se avete presente quanti stati separano la Virginia dall’Alaska, vi basti sapere che la Virginia è sull’Atlantico, mentre l’Alaska sul Pacifico. Se poi aggiungete il fatto che, a parte una prima parte percorsa con una vecchia Datsun B210, tutto il resto l’ha fatto in autostop e camminando… non aggiungo altro. Non è mia intenzione scrivere la biografia di Chris, basta cercare un po’ in rete e di materiale ne troverete anche troppo, per cui sorvolo su tutto quello che ha fatto durante questo viaggio, le persone che ha incontrato, dove ha lavorato e così via, per questo motivo salto all’epilogo della sua avventura, purtroppo tragico.
Dopo circa tre mesi di permanenza vicino al Denali National Park in Alaska, vivendo di quel poco che riusciva a cacciare e a raccogliere da piante e arbusti, viene ritrovato morto nel suo sacco a pelo da alcuni cacciatori dentro il vecchio bus 142, un pullman di linea abbandonato usato proprio dai cacciatori di alci come rifugio. La causa ufficiale della morte è starvation ovvero “fame”.
Di solito a questo punto della storia, possono succedere diverse cose in chi la sta ascoltando per la prima volta. Delusione, rabbia, sconforto, ma anche cinismo, ironia facile e tante tante domande. Indifferenza quasi mai. Su di lui è stato detto veramente di tutto, visionario, asceta, sognatore, sprovveduto, idealista, rivoluzionario, idiota, pazzo, suicida e così via. Io non mi sento di etichettarlo in nessun modo, né di giudicare le sue scelte, per quanto se ne possa discutere a lungo. Sono però convinto che qualcosa ha lasciato. Forse perché al di là della sua scelta estrema mi sento molto vicino a lui per alcuni aspetti del suo carattere: l’essere sempre in viaggio (fuori e dentro di se), non sentirsi mai arrivato, continuare a misurarsi con prove sempre più impegnative, la ricerca delle cose che contano davvero al di là delle “cose” materiali, l’amore per la natura…

Credo che in Chris tutte questi aspetti, che di per se sono tutt’altro che nocivi, sono stati miscelati in dosi troppo concentrate ed è stato forse questo a mettere in moto gli eventi che l’hanno condotto infine nel bus 142 lasciando questo mondo a soli 24 anni. Sono convinto però che una persona con una miscela anche infinitamente più blanda, o che addirittura presenti soltanto uno solo di questi ingredienti nel proprio bagaglio interiore, non può rimanere indifferente davanti alla storia di Chris.
Tra pochi giorni nelle sale cinematografiche uscirà il film “Into the Wild” tratto a sua volta dal libro omonimo scritto da Jon Krakauer, scrittore e alpinista che utilizzando il diario di Chris e le testimonianze di chi ha incrociato la sua strada ha voluto rendere testimonianza della sua vita nelle terre estreme. Purtroppo il libro prima edito da TEA è praticamente introvabile, ma la casa editrice Corbaccio ha appena distribuito una ristampa intitolata “Nelle terre estreme” come il precedente. Il film invece è diretto da Sean Penn con Emile Hirsch nella parte di Chris e colonna sonora di Eddie Vedder (sì, Vedder dei Pearl Jam), un altro buon motivo per andare a vedere il film.
Per chiunque abbia intenzione di approfondire un po’ la storia di Chris consiglio vivamente (oltre alle pagine di Wikipedia) un bellissimo articolo di Krakauer intitolato “Death of an Innocent - How Christopher McCandless lost his way in the wilds”.
Basta, ho già parlato troppo. Chiudo con un pensiero di Chris ed il mio augurio di Buona Strada a tutti voi che in un angolino remoto del vostro spirito riuscite ancora a sentire il richiamo di qualcosa che ogni tanto vi spinge a fare lo zaino e partire senza garanzie per un viaggio fuori e dentro voi stessi. Per rimettersi sempre in gioco.
So many people live within unhappy circumstances and yet will not take the initiative to change their situation because they are conditioned to a life of security, conformity, and conservatism, all of which may appear to give one peace of mind, but in reality nothing is more dangerous to the adventurous spirit within a man than a secure future. The very basic core of a man’s living spirit is his passion for adventure. The joy of life comes from our encounters with new experiences, and hence there is no greather joy than to have an endlessly changing horizon, for each day to have a new and different sun. — C.M.C.